Category Archives: Letture

Le emozioni di “Fiume Lento”

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fiume lento

di Giorgio Capatti

“Per averci regalato, fra evocazione e rappresentazione, fra storia e natura, un ritratto vivido ed emozionante del fiume e delle sue storie.

Per un’opera commossa e commovente, solenne e vitale di altissimo valore espressivo.
Per disegni di assoluta e struggente bellezza, vibranti e incantati”.

Con questa motivazione la giuria del Premio Andersen attribuiva nel 2014 il superpremio per Miglior Album Illustrato al capolavoro di Alessandro Sanna “Fiume lento – Un viaggio lungo il Po”, edizione Rizzioli. ...Leggi tutto

Guarda Ferrarese, il “non luogo” bacchelliano (“Il Mulino del Po”, 1938-40)

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E’ un’esperienza fin troppo banale stendersi, in un torrido pomeriggio di inizio luglio, sull’argine della Guarda ferrarese e mettersi a leggere Il Mulino del Po di Riccardo Bacchelli. Troppo facile, troppo scontato, anche per un Blog, un tale racconto, oggi che il web particolarmente incentiva certe “facili” esperienze. Ad ogni modo, oggi, 2 luglio 2014, avendo il pomeriggio libero da impegni, e non volendo ne’ annegare nel “buriname” di massa dei nostri lidi (comacchiesi, o ferraresi, poco importa), nè cronicare davanti all’immancabile PC (oggi che, per altro, la connessione “Internet” mi fa arrabbiare), ho deciso. ...Leggi tutto

Scano Boa, documento di un mondo scomparso

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DSC05389<<Eppure la pesca allo storione è un mestiere da sogni e qua tutti sognano perché il mestiere è così, che fa sognare>>.

Scano Boa è un libro di Gian Antonio Cibotto, pubblicato, senza troppa fortuna, nel 1961 dalla Rizzoli nella collana Primiera. Oggi è stato ripubblicato da Marsilio Editori (qui), ma in libreria trovarlo è quasi impossibile. Più facile che sia conservato come un cimelio prezioso in qualche biblioteca della bassa (io, per esempio, l’ho trovato a Codigoro) o su qualche bancarella del rodigino. ...Leggi tutto

La Grande Alluvione del 1951

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L’alluvione che investì il Polesine nel novembre del 1951, fu la prima di una lunga serie di tragedie “naturali” che colpirono l’Italia nel dopoguerra.

In poco più di mezz’ora, a partire dalle 19.45 del 14 novembre, il Po ruppe l’argine in tre punti nella zona tra Occhiobello e Canaro, causando un numero imprecisato di vittime e dispersi, allagando circa 170 mila ettari di terre coltivate, spazzando via intere comunità e mettendo in ginocchio l’economia di una zona di per sé già molto povera, che, come tutta l’Italia, stava cercando di uscire faticosamente dalle rovine della seconda guerra mondiale. ...Leggi tutto

La vita quotidiana nella bassa ferrarese ai tempi dei romani

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tabulaLa recente puntata di Superquark dedicata alla “nave romana”, ritrovata a Comacchio nel 1981, ha riportato all’attenzione nazionale e locale domande e curiosità’ sulla vita e l’organizzazione del territorio in quella che attualmente chiamiamo “bassa ferrarese”, all’epoca dell’antica Roma. Costanti e peculiarità’ caratterizzano la storia romana di questo territorio.  Le costanti. Come il resto dell’Emilia e della Romagna, esso risulta fortemente inciso dall’imperialismo romano prima nell’epoca tardo repubblicana, poi augusteo e imperiale in senso proprio. In particolare, la romanizzazione dell’Emilia e della Romagna si confronta (vedi fondazione delle colonie di Rimini e Piacenza) prima con l’ingombrante presenza dei Galli, già temuto avversario, contro i quali i romani, dopo un primo tentativo di integrazione, avviarono una politica di autentica persecuzione e di progrom, come rappresaglia per l’appoggio dato dai Galli della valle padana (quella che allora si chiamava la Cisalpina) ad Annibale ai tempi della rovinosa battaglia di Canne (249 AC) e per il massacro, coevo, della Selva Litania. Dall’altro, specie verso la fase più turbolenta della tarda repubblica romana, c.d. “delle guerre civili”, la penetrazione della Pianura Padana (ex Gallia Cisalpina) divenne la risposta dell’Urbe alla “fame di terra” (e di status) che affliggeva veterani e reduci dell’esercito romano, specie quella parte dell’esercito che si era impoverita. Le peculiarità‘. A differenza del resto dell’Emilia e della Romagna, in cui la storia della “romanizzazione” fu soprattutto storia di città’ come Bologna (Bonomia), Modena (Mutina), Piacenza (Placentia), Rimini (Aeriminum), importanti centri di scambio e politico-militari, caratterizzata altresì da un’intensa opera di assegnazioni individuali (di qui la suddivisione del territorio a centurie),  la storia del periodo romano dell’attuale Bassa ferrarese, non fu storia di colonizzazione in senso classico. Innanzitutto, scarsa fu la centuriazione, a differenza del resto dell’Emilia e della Romagna: centuriazioni documentate per lo più verso il mantovano, ossia l’Alto Ferrarese, dalle centuriazioni di Pilastri  e forse Vigarano, che, nel toponimo, porta inciso un nomen di un probabile assegnatario (probabile “Variano”, da cui Vicus varianus). Duplici i motivi: da un lato, le caratteristiche geo-morfologiche del terreno della Bassa,  allora parte integrante del tessuto deltizio del Po (si pensi che il Po di Spina, ramo assai importante, passava per Ostellato!), strutturalmente instabile, continuamente insediato da alluvioni e impaludamenti, e che spesso dava vita a tanti isolotti frammentari nell’intrico tra fiumi e paludi, poco adatto a riprodurre le regolari e solide forme territoriali della restante campagna padana.  Dall’altro, ragioni strategiche (oggi diremmo “geopolitiche”) dovettero consigliare ai politici e generali romani di non assegnare le terre a veterani e ufficiali, ma di trattenere non poca parte delle terre dell’allora Delta del Po (nella zona compresa tra Ostiglia, Adria e Ravenna) all’ ager publicus romano, ovvero al patrimonio degli imperatori (saltus): ciò significava maggiore controllo per scongiurare le penetrazioni dei Barbari come il Delta del Po, spesso favoriti da sedizioni e da propositi di rivincita di ufficiali romani scontenti. Queste terre, di proprietà imperiale, venivano assegnate in gestione ai privati secondo sistemi di usufrutto e affitto a liberti ex schiavi emancipati. Questa particolare gestione a “mezzadria” (per così dire) tra Imperatore e sottoposti (anche detti saltuarii da saltus) è all’ origine della fortuna di un insediamento come Voghenza, principale centro di aggregazione urbana della zona, dopo il declino di Spina, e punto di concentrazione di questa nuova classe che godeva di tutte le agevolazioni della protezione imperiale. Ma di cosa vivevano queste popolazioni? Quali erano le loro attività’ economiche? Sicuramente, l’agricoltura, il commercio, e tutte le attività’ che costituivano per così dire “l’indotto imperiale”, ossia edilizia e produzioni per la flotta militare di Ravenna. Sicuramente, l’allevamento, specie, di maiali costituiva un’importante fonte di reddito e si può’ ipotizzare che proprio l’allevamento dei suini fosse appannaggio di residui insediamenti di Galli (una testimonianza di questo e’ forse contenuta nel toponimo dell’attuale paese di Tresigallo), che in questa attività erano altamente specializzati. Il commercio vi era poi singolarmente sviluppato da un lato grazie all’efficiente sistema di canali e di rami deltizi del Po (non a caso oggetto di costante attenzione dei romani, vedi la creazione della “fossa Augusta” tra Spina e Ravenna per migliorare il trasporto delle merci verso il porto militare) dall’altro grazie all’esperienza (oggi diremmo il know how) degli abitanti, i quali ex militari e frequentemente ex marinai, nella vita civile, si dedicavano ad impiantare piccole e medie imprese per la navigazione delle acque interne. Chi vada al museo di Spina a Ferrara potrà trovare la riproduzione parietale Della Tabula Puentigeriana, di epoca tardo imperiale, ma nelle quale è riprodotto il complesso sistema viario fluviale, una vera e propria autostrada fluviale ricavata dal Delta del Po, che rende l’idea della ricchezza e della vitalità’ dei trasporti all’epoca e del ricco indotto di servizi collegati, come locande e punti di ristoro (senza con ciò’ sottovalutare le vie di collegamento terrestre, la via Poppilia tra Rimini, Ravenna e Adria che consentivano collegamenti con le città di Altino e Aquileia, di grande rilevanza strategica). Tra le merci più frequentemente commerciate materiale edile (ricordiamo che la famosa “villa Augusta” ritrovata all’indomani delle bonifiche compiute nelle adiacenze dell’Argine Agosta era una grande e importante fornace), ma anche sale, frutta, asparagi, cereali, foraggio, lino, canapa, pesce (anguilla, prodotta in abbondanza nelle attuali valli di Comacchio e lucci, prodotti in abbondanza nel Po), senza dimenticare le tradizionali e ricchissime vie di scambio che si erano create con il nord Europa grazie al genio commerciale etrusco di Spina (vedi ambra). Ma è a Ravenna che la zona deve la sua vitalità’ e il suo sviluppo. Ravenna non è una città’ qualunque, e’ la sede della flotta imperiale: leggendaria la sfilata-trionfo della flotta dell’Imperatore Claudio nel Po e nella “fossa Augusta” all’indomani della vittoria sui Britanni. Ravenna chiede forniture di armi, di generi alimentari per l’esercito, ma sopratutto di materie prime e maestranze (specializzate e non) per la fabbricazione delle navi: e questo porta reddito e lavoro. Ma porta anche stabilita’ politica ed economica duratura: la presenza della flotta imperiale a Ravenna sarà’ la principale assicurazione per le istituzioni imperiali contro cospirazioni e colpi di mano di pretendenti il titolo di imperatore. Un’importanza strategica di cui Ravenna incasserà’, dopo una lunga incubazione, tutti i benefici quando, all’inizio del V secolo d.C, diverrà’ prima la capitale dell’Impero romano di occidente, poi un importante centro di attrazione del potere bizantino. Questo significa che la zona del Basso Ferrarese continuerà a gravitare largamente verso Ravenna, assicurando, con la continuità’ delle produzioni agricole e dei commerci verso la città’, una residuale ma tutt’altro che trascurabile fonte di ricchezza, almeno fino all’acquisizione di Ravenna da parte del nascente Patromonium Petri (lo Stato della chiesa) ad opera di Carlo Magno nel IX Secolo Dc. ...Leggi tutto

Morimondo

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Da sempre il Po ha affascinato scrittori, registi e giornalisti: da Bacchelli a Bassani, passando per Luchino Visconti, Mario Soldati e Edmondo Berselli, solo per citarne alcuni. L’ultimo, in ordine di tempo, a subire l’incanto del Grande Fiume è stato Paolo Rumiz, che ha raccolto in un libro, Morimondo, edito da Feltrinelli, gli appunti del viaggio fatto, per il quotidiano la Repubblica, nella Valle Padana durante la primavera-estate del 2012.

La prima cosa che mi sono chiesto è stata: perché Morimondo, cosa nasconde questo titolo apparentemente incomprensibile? Il mistero rimane per gran parte del racconto, dalla partenza in canoa da Staffarda, nel cuneese. Si, perché per percorrere il Po (o “la Po”, al femminile, come sostiene l’autore) Rumiz e i suoi compagni di viaggio si servono di imbarcazioni dalle caratteristiche diverse: canoe tradizionali nella prima parte fino a Casale, dove il fiume conserva ancora la forza e il vigore dei torrenti alpini; un barcè, tipica imbarcazione di Po, a fondo piatto, condotta con voga alla veneziana, da Casale fino al ponte della Becca, nei pressi di Pavia; un piccolo cabinato dal curioso nome di Gatto Chiorbone, con un motore ausiliario per uscire dalle secche del delta e una barca a vela una volta raggiunto il mare aperto.  Infatti, il viaggio non termina con il Delta, come sarebbe naturale, ma prosegue in mare, fino all’isola di Sansego sulle coste croate. <<…l’unica isola sabbiosa del Quarnero, figliata forse da Po in chissà quale èra- scrive Rumiz-… La trovata era geniale. Traversare fino al Quarnero, costeggiare le pietraie di Cherso, sfiorare l’isola di Unije, puntare su Lussino e intercettare sulla destra la testuggine di sabbia popolata di vigne e canneti a pennacchia che i croati chiamavano Susak. Come avevo fatto a non pensarci? Che altro era l’Adriatico se non un grande fiume un po’ salato?>>. ...Leggi tutto