Da Ferrara al Garda in bicicletta- 1a parte

di Giorgio Capatti

Guardo questo blog e mi rendo conto che era più di un anno che non si inforcava la bici per un giro come si deve, davvero troppo tempo. Ti dici che magari i festivi son caduti male, che è stato un anno particolare con impegni scadenzati, ma la verità è che forse ti sei impigrito o, peggio ancora, per un po’ lasciato vincere.

Ma è tornato il momento di riempire un borsone con i cambi di prima necessità per star via tre giorni, legarlo con gli elastici da campeggio al portapacchi dell’amata (e sempre più vecchia ed inadeguata) Caselli e dirigersi all’imbocco della ciclabile di via Modena per iniziare quella che il nostro amico Cima definirebbe, canzonandoci, “una nuova avventura di sport e di vita”.

Enrico, l’inseparabile compagno di viaggio, è puntuale come un orologio svizzero e quando arrivo all’imbocco della ciclabile di via Modena lui è già lì ad aspettarmi. Qui è il nostro punto di partenza.

Gli ultimi mesi, per la gioia di chi ama lo svago, sono stati costellati da giorni lavorativi di sole e week end di pioggia, il che tra l’altro ha reso davvero duro trovare una condizione fisica adeguata. Ma la cosa non ci ha certo scoraggiato, di dritto o di rovescio arriveremo: pieni di brio partiamo per la nostra prima destinazione: Mantova.

I primi 30 chilometri, fino a Stellata, sono noti e già meta di numerose passeggiate settimanali.

La buona novella: proseguono i lavori di recupero della Possente Rocca, ferocemente danneggiata dal sisma del Maggio 2011.

Inizia ora un percorso ciclabile in cui il Po, che costeggiamo lungo l’argine, nel suo snodarsi ondulato appare “un cavo elettrico che entra nella pianura come un serpente”, direbbe il capitano Willard. Qui le distanze tra i centri abitati si dilatano, noi li colleghiamo scandendo il passo con colpi di pedale leggeri, a godere della campagna circostante che si estende ai nostri piedi a perdita d’occhio.

La prima tappa è Felonica, dove la nostra attenzione viene attirata dalla splendida Pieve di Santa Maria Assunta.

Fondata da monaci benedettini (cui si deve anche lo sviluppo dell’abitato urbano), la chiesa era unita agli edifici monastici, andati distrutti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ampiamente danneggiato e restaurato, l’edificio conserva intatto il suo fascino nonché, all’interno, frammenti degli originali affreschi ed un notevole altare in pietra.

La ripartenza è caratterizzata da un buon consiglio:

All’orizzonte già si stagliano i camini bianchi e rossi della centrale termoelettrica di Sermide, la nostra prossima tappa.

Di fondazione antichissima (la teoria più accreditata la lega alla calata dei Sarmati, un popolo di stirpe iranica proveniente dell’Europa orientale che fra il IV e il VI secolo d.C.), la storia della cittadina è davvero affasciante, e non si può non rimandare, per chi ne fosse interessato, alla pagina di wikipedia dedicata, magistralmente curata. Nel nostro piccolo notiamo come la via principale del paese a ridosso dell’argine lasci intendere questo passato di centralità, questa abitudine alla grandeur, testimoniata ancora di più dall’imponenza della chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, edificata nella seconda metà dell’Ottocento (merita in particolare il crocefisso alle spalle dell’altare).

Proseguendo, poco prima della centrale, una delle più belle ed inaspettate sorprese. L’asfalto è tatuato della poesia di Guareschi, nitide parole bianche che ci accompagnano lungo il (Suo) fiume per almeno due chilometri.

Un’idea geniale e bellissima. Verrebbe voglia di farla a piedi, leggendo ad una ad una le frasi, anche per capire se si tratti di un particolare estratto di Mondo Piccolo o un collage di storie e pensieri dell’immenso Giovannino.

Lasciatici alle spalle la ben meno poetica centrale termoelettrica, comunque situata in un lungo curvone in cui il Po vuole evidentemente ribadire che è Lui a decidere, attraversiamo Carbonarola, Carbonara Po, Borgofranco e Bonizzo con gli occhi puntati su Revere e su un agognato piatto di pasta: i chilometri sono quasi settanta ed i morsi della fame cominciano a farsi sentire.

Il nostro passo è deciso nel chiedere consigli a gentili autoctoni che evidentemente conoscono Revere molto meno di noi e ci indirizzano in un bar la cui proposta è rappresentata da 4 pizzette del giorno prima. Decidiamo di fare di testa nostra, affidandoci alle attenzioni dell’oste di piazza Marconi. Cadiamo benissimo.

Una puttanesca ed una pasta alle sarde di livello precedute da un piatto di coppa di testa, il tutto a prezzi davvero popolari. Anche in questo caso poche chiacchiere coi gestori ci bastano per riscontrare quel misto di simpatia e curiosità che evidentemente i mattocchi che si spostano in bici per lunghi tragitti suscitano nell’interlocutore.

Anche Revere conserva alcuni scorci che ne testimoniano la bellezza passata, ma qui la guerra ha picchiato ed ha picchiato duro, in questa storia triste che accomuna tutti i luoghi vicini ai ponti di collegamento sul fiume: durante la seconda guerra mondiale la cittadina subì trentadue bombardamenti aerei da parte degli angloamericani.

Sono sopravvissuti il bel Palazzo Ducale, realizzato tra il 1450 e il 1460 per Ludovico III Gonzaga, a pianta quadrata, con portale marmoreo e cortile porticato su tre lati, e la Chiesa parrocchiale della Beata Vergine Maria, eretta nel 1776.

E’ andato perduto il castello, del quale resta solo una torre.

A Revere lasciamo la Destra Po per passare sul lato sinistro del fiume nei pressi di Ostiglia, piegando subito a sinistra del ponte che collega i due centri abitati.

Il fiume si allontana da noi lentamente ma inesorabilmente, prima per l’ampia golena, poi per seguire il proprio percorso verso San Benedetto (uno dei borghi più belli d’Italia, dalla meravigliosa Abbazia di San Benedetto in Polirone, ahinoi difficile da raggiungere attraverso strade non trafficate).

Attraversiamo così Serravalle Po, Libiola e Sustinente per trovare un nuovo amico: il Mincio, che con il suo parco in questi giorni saprà regalarci notevoli emozioni.

All’inizio del parco, in questo tratto caratterizzato da un lungo pezzo sterrato che mette a dura prova la meccanica della mia Caselli (una onesta bici da città a ruote sottili) attraversiamo Governolo, curiosamente ipotizzato come il luogo dell’incontro tra papa Leone I e Attila, che nel 452 fermò le scorribande unne in Italia.

Qui, il 25 novembre 1526, il condottiero Giovanni dalle Bande Nere venne gravemente ferito a quella gamba che, amputata ed incancrenita, lo condusse alla morte. Una piccola targa ricorda l’episodio, mentre con Enrico ricordiamo la bellezza de Il mestiere delle armi, splendido film del grande Ermanno Olmi.

Persino il Sommo Poeta Dante cita la località nel XX canto dell’inferno, come punto di incontro tra il Mincio ed il Po.

Siamo oramai a una decina di chilometri da Mantova e, lasciato l’argine per una arteria periferica della città, lo stacco tra la pace della campagna ed il traffico cittadino è davvero inquietante. Passiamo comunque a fianco alla fabbrica della Thun, con un pensiero di gratitudine per averci salvato il culo in non poche idee regalo natalizie.

L’arrivo a Mantova è davvero scenografico.

Percorriamo via Legnago dal lato ciclabile, superando il lago che il Mincio crea nella parte sud della città. Sono i nostri Champs-Elysees, l’ingresso trionfale al termine del primo tappone, ripagati dalla bellezza di una delle piazze più belle al mondo.

La cattedrale di San Pietro, palazzo Ducale, la basilica di sant’Andrea, Piazza delle Erbe con la Rotonda di San Lorenzo, la torre dell’orologio, palazzo del Podestà e palazzo della Ragione, piazza Virgiliana, le bellezze che la città offre si sprecano.

Neanche il Mincio è da meno, offrendoci un tramonto romantico che noi due, io e Enrico, affrontiamo coi dubbi esistenziali di un Gastone Moschin al termine di Amici Miei.

Depositati i pochi averi nella prenotata struttura affiliata all’Albergabici, la serata, tra aperitivi, una passeggiata a sgranchire le gambe e una cena a base dei locali tortelli di zucca (nota campanilista semiseria: sono più buoni i nostri, senza amaretto), tonifica in vista del proseguo di domani.

 

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