Da Ferrara al Garda in bicicletta- 2a parte

di Giorgio Capatti

La mattina, dopo aver dormito come un bimbo a cui Enrico ha russato nelle orecchie tutta la notte ma molto meno del solito, come per miracolo sembra che il giorno prima non si sia neanche pedalato.

Sarà l’entusiasmo di quel che ci aspetta, ora davvero inedito, sarà l’abbondante colazione dell’albergo, sarà che anche oggi è una bella giornata di primavera.

Riposizionato il bagaglio al portapacchi, legato alla bene meglio complice la rottura di un gancio, ci avviamo dalla stazione verso l’imbocco della Mantova – Peschiera costeggiando i binari lungo via Pitentino.

C’è non poca curiosità per questo percorso, considerato tra le ciclabili più belle d’Italia. L’impatto non è di poco conto, attraversando il lago superiore che il Mincio crea a nord della città.

Il primo tratto, che oltrepassa Cittadella, è un inesorabile e piacevole allontanarsi dai rumori della città, per sentieri ciclabili di campagna che passano limitrofi a sparuti abitati, costeggiando inizialmente il canale artificiale Diversivo Mincio.

Fino a Marengo la prima cosa che salta agli occhi è quanto questo sottile lembo d’asfalto sia frequentato, parte integrante della quotidianità di chi dedica qualche momento alla corsa, alla bici o più semplicemente all’aria aperta.

A Marengo una veloce sosta per il solito caffè delle 11 (abitudini d’ufficio che non moriranno mai) e si riparte per la parte che da qui risulterà difficile da dimenticare.

A Corte Cantagallo il corso d’acqua che iniziamo a costeggiare è lo Scaricatore Pozzolo Maglio che, incuneandosi verso Pozzolo sul Mincio, ci porta nel cuore del parco regionale e ci conduce al fiume vero e proprio. 

Lo scenario cambia radicalmente, ed ora si ha davvero l’impressione di essere al centro di qualcosa di incontaminato e protetto.

Mi sporgo per fare una foto, approfittando di una piccola piattaforma sul fiume dotata di parapetto.

 

Dall’altra parte della riva un pescatore, in evidente stato prossimo al coma etilico alle 11,30 (ragion per cui riscuote immediatamente la mia simpatia ed imperitura stima) mi saluta con un “Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?”. Gli rispondo che “Quello è l’Oriente, e Giulietta è il sole. Sorgi bel sole, e uccidi l’invidiosa luna!”. Lui abbozza gridandomi un “Càso dìto? Non ho mìa ca’pìo!”, al che, nel salutarlo, gli faccio presente che ho semplicemente contraccambiato con le battute di Giulietta. “Ahhh, va bèn”.

Da qui la ciclabile è caratterizzata da una densità di biciclette degna di un allevamento intensivo.

La spiegazione arriva pochi chilometri dopo: il Mincio crea un’ansa naturale in cui sorgono un ampio parcheggio, un agriturismo, un ponticello ed un grazioso punto ristoro che neanche McDonald di Piazza Duomo all’ora di punta.

Qui è possibile fare una prima deviazione a Volta Mantovana, segnalata a meno di 6 km verso una leggera collina limitrofa.

Con Enrico ci eravamo detti, prima di partire, che se fattibile avremmo fatto tutte le deviazioni possibili, e non sarà certo un po’ di salita a scoraggiarci. Anzi, a me, piccolo scalatore d’argini, l’idea esalta e non poco…

In verità raggiungere Volta non è affatto complesso, ed il piccolo sforzo aggiuntivo vale la pena.

Si presenta ai nostri occhi un grazioso borgo di stampo medioevale, in cui spicca in particolare Palazzo Gonzaga, per la giornata, ahimè, sede molto frequentata della tradizionale manifestazione della Pro Loco locale.

 Davvero notevoli i giardini.

Rientriamo quindi per lo stesso percorso, raggiungendo nel battibaleno della discesa il chiosco sempre più preso d’assalto, complice l’avvicinarsi dell’ora di pranzo e dell’ora della fame.

Puntiamo decisi, per rifocillarci, su Borghetto, affascinati dalla sua inclusione nella lista de “I Borghi più Belli d’Italia”.

Alle porte della cittadina si ergono i resti del Ponte Visconteo, ultimato nel 1395 per volere di Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, allo scopo di garantire l’impenetrabilità dei confini orientali del ducato e, nell’idea originaria, fungere da diga per deviare il corso del fiume.

 

Nel 2007 il World Monuments Fund ha inserito il ponte nella lista dei cento monumenti da salvare a livello mondiale, perché in grave pericolo.

Borghetto non delude le attese: località elegante e curatissima, con scorci di enorme suggestione, tra mulini e corsi d’acqua.

 

Presa d’assalto dal turismo del ponte del I° Maggio, cerchiamo una locanda il più possibile, per quanto possibile, fuori dai piedi, anteponendo la tranquillità alla qualità. Ce la caviamo comunque dignitosamente, tra due bigoli al torchio grazie ai quali Enrico scopre che il lime non serve solo per fare dei mojito (anche se rimane la sua funzione principale in ogni alimentazione che si rispetti) ed un piatto di patate al forno.

Se alziamo gli occhi vediamo sulle nostre teste, fatiscenti ed affascinanti, stagliarsi i resti di un antico castello.

Là è Valeggio sul Mincio, la nostra prossima tappa.

Ci issiamo sui pedali per affrontare il breve ma pendente dislivello e siamo nel cuore di questo paese la cui nascita è attribuibile al periodo longobardo come insediamento fortificato.

Il castello scaligero, o meglio quello che ne resta, non è purtroppo visitabile.

Facciamo un giro giusto per vedere da fuori Villa Sigurtà (di architettura veneta, costruita nel 1690 poi divenuta uno dei quartieri generali dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe), la casa del Patriota, il municipio e la chiesa di San Pietro in Cattedra.

 

Riprendiamo quindi la ciclabile in direzione Peschiera, colpiti da come ogni deviazione, ogni percorso alternativo lungo tutto il tragitto, siano magistralmente segnalati. Sicuramente la bellezza dei territori e questa vivibilità sono il catalizzatore principale, ma il cicloturismo ha bisogno anche di questi dettagli per entrare a pieno nel cuore di una quotidianità a misura d’uomo e di tempo.

All’orizzonte si erge su un piccolo colle un’imponente chiesa. Pare fuori percorso ma invece una piega del lembo di strada che percorriamo ci porta giusto alle porte di Mozambano.

Con rammarico non riusciamo a visitare il sito coi ritrovamenti di un villaggio palafitticolo risalente all’età del bronzo. L’area nel 2011 è stata inserita fra i Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

Per raggiungere il cuore del paese percorriamo il ponte intitolato ai Carabinieri dal 2006, a memoria delle gesta compiute dall’Arma durante la seconda e terza Guerra di Indipendenza nelle battaglie svoltesi nel territorio.

 

L’imponenza della chiesa di San Michele è confermata anche dal sagrato. Eretta nel diciottesimo secolo come rifacimento della preesistente costruzione del 1400, nella facciata sono evidenti le contaminazioni tra lo stile barocco e lo stile neoclassico. Purtroppo la troviamo chiusa, pare che l’altare maggiore sia degno di interesse.

Ripreso il percorso, poco dopo troviamo la centrale termoelettrica che si erge in località Salionze: Peschiera ora è davvero alle porte.

Cambiamo lato del Mincio e percorriamo gli ultimi chilometri con grande calma, ad assaporare l’arrivo di questo splendido tragitto, tra il fiume cheto alla nostra destra ed il suo parco alla sinistra.

Da questa angolazione la prima cosa che si incontra di Peschiera è una sua fortificazione: la città vecchia è circondata da alte mura tra Mincio e Garda, che un tempo ne costituivano il sistema difensivo. Girato l’angolo, a pochi metri da noi, finalmente il Garda, ed il porto turistico della città.

E qui finisce il nostro viaggio, e comincia la nostra vacanza.

Il pomeriggio sarà nobilitato da un incontro con Simone e Laura, e con la loro piccola bellissima Alice, che fino a poco tempo fa erano, oltre che cari amici, anche inseparabili compagni di pellegrinaggio su due ruote; la serata da un buon bicchiere (uno… non ci crede neanche mia mamma) di Lugana e da una trota salmonata.

Il giorno dopo toccherà a Sirmione, poco distante, accoglierci con il suo turismo selvaggio, le sue bellezze (su tutte il castello e le grotte di Catullo) e la sua esilarante ed apprezzatissima cordialità.

Piove a dirotto, ed i 10 chilometri che ci separano dalla stazione di Peschiera, dove caricheremo le bici sul treno per rientrare, diventano una cronometro tra mantelline cappucci e imprecazioni. Ma neanche più di tanto, che forse è il giusto tocco di epicità a questa tre giorni indimenticabile.

In stazione, davanti ai nostri occhi il domani, ad ascoltare da dietro la vetrata dell’ufficio i rumori del traffico, cercando di concentrarsi tra telefoni che squillano ed antifurto che saltano in lontananza.

Alle nostre spalle, semplicemente, questo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.