La Laguna in bicicletta: da Ferrara a Venezia

di Giorgio Capatti

La Spal in serie A. Dopo 49 anni, 29 dei quali passati a seguirla anche in capo al mondo. E peccato che quel mondo siano quasi sempre stati posti (anche a volte belli, per carità) dimenticati dal Dio del calcio. Un evento insperato persino per il più accanito dei supporters, inatteso, e per questo ancora più magico, da festeggiare senza sobrietà, in modo pure memorabile.

L’anno scorso, per la promozione dalla C alla B due amici, matti da legare, percorsero in un loro personale pellegrinaggio il Po da Ferrara a Serravalle, quasi 40 chilometri sotto il sole cocente di Luglio. Vuoi, per l’occasione, non essere da meno?

E allora eccoci, io e Enrico, come sempre inseparabili sulla strada comune, nel nostro personale momento di festa, diretti da Ferrara a Venezia lungo i percorsi più o meno ciclabili a nostra conoscenza.

Il caldo c’è, ma come sempre l’entusiasmo refrigera.

Da Ferrara a Ro e da Ro a Polesella, attraversando il Grande Fiume sul ponte che le collega, è una passeggiata che serve giusto per riscaldarsi.

Si possono fare però dei buoni incontri. Tipo mio padre, che da 50 anni se non fa almeno 10.000 km di bici all’anno non è contento, rappresentando per me fonte di continua ispirazione sportiva (e non solo).

Polesella è meta di numerose passeggiate settimanali. Una località a cui sono particolarmente legato, che mi emoziona, per motivi anche prettamente extraciclistici. Bei ricordi, non sempre felici, ma arricchenti. Conserva, assieme a queste storie, almeno due importanti bellezze: alcune antiche case di golena (che Sgarbi, in un moto di lucidità, aveva meritoriamente proposto di segnalare quale Patrimonio dell’Unesco) e villa Morosini, splendida nel suo bianco che si specchia sull’argine.

Da qui il Fiume si snoda, assolato, sulla solita piatta campagna dai molti colori, un lento incedere che conduce verso il mare.

Incastonati ai piedi dell’argine piccoli gioielli risparmiati o dilaniati dal tempo, che del tempo passato sono testimonianza. Ville padronali più o meno conservate o restaurate e vissute, agglomerati urbani specchio di un’epoca passata, forse destinati a disabitarsi, ma fieri testimoni di epoche in cui il Fiume viveva, collegava, portava lavoro e non si riduceva ad amato arredo paesaggistico. Reperti di archeologia industriale. Su tutte, nei pressi di Villanova Marchesana, l’ex fornace Totti, il cui scheletro si erge sulla folta vegetazione della golena.

Proseguendo incontriamo in direzione opposta rispetto alla nostra un ampio e variopinto numero di ciclisti, provenienti da Venezia e diretti a Ferrara nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione per la totale ciclabilità del Grande Fiume, dal mare a Torino. Cerchiamo di fornire il nostro contributo solitario, ed ostinatamente contrario.

La prima sosta vera, per dissetarsi scendendo dalla sella, sgranchirsi le gambe all’ombra e mangiare un frutto è a Papozze, nei pressi del campeggio ai piedi dell’argine. Un camping qui? Semplice, turismo da pesca, soprattutto quella al siluro.

In golena c’è un punto di ristoro comprensivo di panchine e campo di bocce, una volta attracco per il traghetto che consentiva alla gente del posto di attraversare il fiume e raggiungere l’antistante, ma non visibile, Serravalle. E’ il punto in cui il Po si biforca, col ramo di Goro che piega verso destra, lasciando al proprio centro un piccolo agglomerato di isolotti tra i quali è ben distinguibile quello “del Balotin”, in cui venne fondata la Repubblica di Bosgattia.

A tal proposito consiglio l’articolo di Enrico uscito su queste pagine (//www.lecodelpo.info/unisola-di-liber…ica-di-bosgattia/) , uno dei più belli qui apparsi, per i quali ammiro imperituramente il mio compagno di viaggio.

Ahimè la sosta non basta, c’è della fame, con la necessità di mettere il culo su una sedia e la forchetta in una mano.

Puntiamo dritti verso la Vidara di Mazzorno Sinistro, locale dal pittoresco gestore che adoro e frequento quando sono da queste parti. Chiuso. Panico contenuto, si prosegue verso Cavanella Po. Qui, ai piedi dell’argine, ci compare mirabile visione La Sosta, che si rivelerà ottimo ristorante, dal personale cordiale e gentile.

Poco prima incrociamo un agglomerato di case estremamente razionali, sembra quasi uno di quei quartieri operai che a Ferrara conosciamo per il quartiere Bauer e che ha in Crespi d’Adda un quasi utopistico capostipite. Chiediamo informazioni, ma le uniche che raccogliamo ci informano che “Non lo so, adesso ci stanno quelli lì”. “Quelli lì” sono evidentemente dei ragazzi extracomunitari ospitati nella struttura. Io penso sia bello che dove finisce una storia operaia debba in qualche modo cominciare una storia di accoglienza. Ma in fondo sono solo un matto in bicicletta sotto il sole dell’una.

Riprendiamo i nostri mezzi, discretamente satolli di sguazzoni cappesante e cozze, diretti verso Loreo, bel paese dell’entroterra rodigino. Per evitare la statale, più breve, allunghiamo lungo un ferro di cavallo di strade di campagna. Ci sono alcuni interessanti monumenti (la Chiesa di Santa Maria Assunta, l’Oratorio della Santissima Trinità, il teatro Zago) ma la parte del leone la fa il canale che attraversa la cittadina, offrendo un fresco colpo d’occhio.

Da Loreo l’Adige è a un tiro di schioppo, e lo si raggiunge attraverso la strada di campagna che passa per Tornova. Il lungofiume è stato asfaltato e ripulito rispetto all’ultima volta che siamo passati di qui, rendendo la pedalata molto più sciolta.

Qualche chilometro di Adige e arriviamo sulla Romea, solo da attraversare sul ponte per subito rientrare a Cavanella, il cui colpo d’occhio ai piedi del fiume è quasi corroborante.

Da qui parte via Canal di Valle, l’alternativa del ciclista alla folle Romea: una stradina che costeggia il canale di irrigazione per diversi chilometri e che conduce al delta del Brenta, dove inizia l’isola su cui sono collocate Sottomarina e Chioggia.

Siamo pressoché giunti al termine del nostro primo giorno di viaggio, il contachilometri dice 112.

La serata sarà costellata di una frugale cena nell’albergo mezza pensione, da un’immancabile passeggiata per le piccole callette di Chioggia, della Juve che perde la finale di coppa dei campioni 4-1 (e non ha ancora giocato al Paolo Mazza…).

La partita la seguiamo in bar-piadineria, scendendo con la gestrice a questi patti: “Allora, abbiamo già cenato. Visto che la consumazione è obbligatoria berremo birra. Se a fine serata non sarai soddisfatta dell’incasso per le nostre birre, paghiamo la differenza rispetto al consumo di una piadina”. Ovviamente sarà lei a doverci un piccolo rimborso spese.

Nel frattempo ci informiamo per arrivare a Venezia in bici, l’indomani.

Per chi non lo sapesse funziona così: siccome la laguna è fatta d’acqua e non è ciclabile, mentre le isole sì, è necessario prendere i vaporetti di collegamento e poi volendo pedalarsela in luogo dei preposti autobus. Ma sui vaporetti ci sali solo se non c’è troppa gente, ad insindacabile valutazione del personale della nave. Indiragionpercui la sveglia è alle 6 ed il vaporetto da prendere è il primo, per passare da Chioggia a Pellestrina.

L’attraversamento della prima isola, una sottile lingua di terra che porta da Pellestrina a Santa Maria del Mare, passando per San Pietro in Volta, si snoda lungo un primo tratto carreggiabile, per cui passano i pullman e le poche auto locali, ed un secondo tratto totalmente ciclabile.

 

 La seconda isola, che credo non abbia bisogno di presentazioni, è il lido di Venezia, cui arriviamo grazie al vaporetto che collega San Pietro in Volta ad Alberoni, dove si trova il Circolo club di golf (lì sono vestiti meglio di noi, ma noi siamo più belli).

Qui Luchino Visconti ha girato buona parte degli esterni di Morte a Venezia.

Il litorale, che costeggiamo in bici lungo le principali arterie di collegamento è quasi interamente caratterizzato da  Murazzi, imponente ed intermittente opera di difesa della costa.

Nel centro dell’isola la nostra attenzione viene attratta dall’architettura, che si fa ricca di edifici in stile liberty. Siamo a Malamocco, uno dei più antichi insediamenti di tutta la laguna.

Lasciandoci sulla sinistra l’isola di San Lazzaro degli Armeni, casa madre dell’ordine dei Mekhitaristi ed uno dei primi centri di cultura armena al mondo, è breve il passaggio all’altro estremo del Lido, tra Santa Maria Elisabetta e San Nicolò.

Qui di fatto finisce il nostro viaggio su due ruote, attorno al chilometro 160, e si comincia a camminare. Venezia, per i ciclisti, è giustamente off limits, pena una pesante sanzione.

Sarà il vaporetto a portarci a Tronchetto, uno dei principali parcheggi della città, dove lasciamo le bici per cominciare un vagare senza meta tra le innumerevoli bellezze della Serenissima.

Dal vaporetto ammiriamo l’Isola di Sant’Elena, che nasconde il Penzo, lo stadio cittadino teatro di una delle trasferte che ricordo con più piacere.

 

San Marco

 

 

La Giudecca

 

Passeggiare per i canali e le calle oggi è anche piuttosto pittoresco, in quanto cadiamo giusto nel giorno in cui la città in festa celebra con la Vogalonga la tradizione della voga veneta. Centinaia di appassionati, professionisti e semplici amatori, sfilano per i canali raccogliendo l’applauso del pubblico e di migliaia di turisti incuriositi.

Già, il turismo. Canta Guccini “Venezia che muore, Venezia affacciata sul mare, le dolci ossessioni degli ultimi suoi giorni tristi Venezia le svende ai turisti”. Dopo una due giorni di pedale, in cui la maggior parte delle facce incontrate erano uno specchio di complice follia, tutta questa gente è troppo, davvero.

Ne evadiamo con una capatina a Burano, dove almeno la densità si può spalmare, prima di caricare le bici e rientrare con l’ultimo treno utile.

In un film di Francesco Nuti, che ho sempre amato, c’è una scena che porto nel cuore.

In Io, Chiara e lo Scuro il protagonista non si presenta alla partita più importante della sua vita, e senza volersi neppure troppo giustificare al suo avversario semplicemente chiede: “Ma tu, l’hai mai fatto l’amore nel deserto?”.

E voi, “avete mai pedalato per la laguna in bicicletta?”.

E’ di una bellezza irreale.

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