Le Vite sbobinate di Gianolio, tra i naìf e Zavattini

Alfredo Gianolio

Alfredo Gianolio nel suo studio.

Aveva ragione Guareschi quando scriveva che <<in quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte possono succedere cose che da altre parti non succedono. Cose che non stonano mai col paesaggio>>, e che <<là tira un’aria speciale, che va bene per i vivi e per i morti…>>. Come si spiega altrimenti, se non con qualcosa di straordinario e misterioso che si respira da quelle parti, che in quel lembo di terra compreso tra Luzzara, Guastalla e Gualtieri, nella bassa reggiana, nel secondo dopoguerra si sia concentrato quel particolare fenomeno artistico che va sotto il nome di Naìf. Non un’ arte accademica, ma “primitiva”, nata dal Genius Loci degli abitanti del posto, per lo più contadini analfabeti che la sera, dopo la fatica quotidiana, prendevano colori e pennello e si mettevano a dipingere figure e paesaggi immaginari; e dove anche le donne dipingevano, magari dopo aver terminato di fare la “sfoglia”: <<Quello era un territorio abbandonato, quasi evitato per la paura degli insetti e della nebbia, era una terra selvaggia, non frequentata da nessuno- è l’interessante spiegazione di Alfredo Gianolio. Per questa ragione è rimasto un terreno vergine, dove chi nasceva da quelle parti era libero, non vittima di conformismi di alcun genere. Cosa molto diversa da quello che è capitato, per esempio, a Ferrara, dove gli Estensi avevano occupato le spiagge e le isole del Po, su cui avevano costruito le loro Delizie, e dove la Cultura ufficiale si era impadronita del territorio, allontanando le espressioni culturali più originali e tipiche degli abitanti di quei luoghi che, altrimenti, si sarebbero potute esprimere spontaneamente>>.

Memoria storica di questa epopea naìf è Alfredo Gianolio, nato a Suzzara, ma sempre vissuto a Rivalta, alla periferia di Reggio Emilia, dove per anni ha esercitato la professione di avvocato, <<anche se non ho mai avuto la capacità che hanno gli avvocati di trovare il momento giusto per farmi pagare>>, commenta sorridendo. Ora che non esercita più la professione, il suo studio è un piccolo antro ingombro di libri di ogni genere. Il suo incontro con la cultura naìf risale agli anni cinquanta, quando teneva un recapito settimanale, come avvocato, alla Camera del Lavoro di Luzzara. Questo gli ha permesso di conoscere Zavattini e di partecipare alle tante iniziative culturali da lui organizzate. <<Quando ero a Luzzara come collaboratore di Zavattini per il Premio Nazionale dei Naìfs- racconta- pubblicavamo un giornale periodico, il Bollettino dei Naìfs, una cosa molto povera, tirata a ciclostile, di cui Zavattini era direttore, a conferma del fatto che non badava troppo alle formalità. Da allora avevo preso ad andare a trovare alcuni di questi pittori naìf e a registrare i nostri incontri, che poi pubblicavo senza modificare nulla, comprese le sgrammaticature, sul Bollettino. Finita l’esperienza del Bollettino, conobbi Gianni Celati grazie al quale entrai nella redazione del Semplice, un libro- rivista edito da Feltrinelli a metà degli anni ’90, in cui le personalità più importanti erano proprio Celati e Ermanno Cavazzoni. Dato che erano interessati alla cultura orale, vollero che riportassi alcune delle mie interviste ai naìfs>>.

Pietro Ghizzardi, senza titolo.

Pietro Ghizzardi, senza titolo.

 

Queste interviste, oggi, sono raccolte in quel piccolo capolavoro che è il libro Vite sbobinate e altre vite, edito dalla Quodlibet, in cui sono riportate anche le testimonianze di alcuni tra i grandi nomi del naifismo, come Bruno Rovesti e Pietro Ghizzardi, anche se la più divertente è quella di un certo Tirri, al secolo Renato Zattelli, nato negli anni venti a Santa Vittoria di Gualtieri. Fatto prigioniero dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e deportato nei campi di concentramento in Polonia, ebbe salva la vita perché i tedeschi scoprirono che era un bravissimo cantante e finì per cantare alle feste di tutte le famiglie tedesche della Breslavia. <<Tirri cantava benissimo la canzone “Mamma son tanto felice”- racconta Gianolio- ed è incredibile pensare a come i nazisti, che uccidevano con tanta facilità, poi si commuovessero per la canzone “Mamma”. Questa è stata la sua salvezza, perché grazie a questo suo talento nel canto, ebbe un trattamento di favore>>.

Altra storia interessante è quella di Albino Menozzi, originario, insieme a Ligabue e a Rovesti, di Gualtieri, il paese in riva al Po nel quale, chissà per quale strano capriccio del destino, si è concentrato il maggior numero di pittori naìfs. Menozzi, che dipingeva soprattutto soggetti femminili perché, come diceva lui stesso <<io amo molto le donne, perciò nella pittura mi do specialmente alle donne>>, era, però, pressoché ignorato nel suo paese, mentre riceveva spesso visite di tedeschi che venivano dalla Germania per acquistare i suoi quadri. <<I naìfs erano molto più apprezzati dai tedeschi che dagli italiani- commenta Gianolio. Ci sono naìfs che in Germania valgono molto, mentre qua sono quasi sconosciuti. Credo che questo sia dovuto ad una diversa tradizione culturale: i tedeschi hanno una tradizione che si ispira al romanticismo, che valorizzava gli istinti, gli stati d’animo dell’uomo, la natura, cosa che li avvicina molto ai naìfs. La nostra cultura, invece, risente più dell’influsso del classicismo. Nel complesso possiamo dire che i naìfs, in area padana, sono sì stati accettati, ma come se fossero stati imposti>>.

Bruno Rovesti.

Bruno Rovesti, “Boscaioli”

Del resto, come si dice,“Nemo propheta in patria”, un discorso valido anche per Zavattini, che dei pittori naif è stato l’alto patrono, avendo istituito il Premio Nazionale dei Naìfs, che veniva assegnato a Luzzara ogni anno, alla mezzanotte del 31 dicembre. <<Zavattini, i primi tempi, non era ben visto a Luzzara, era considerato una specie di “figliol prodigo”, perché se n’era andato dal paese con l’illusione di far fortuna al di fuori dei mezzi consueti, cioè la vendita del formaggio grana e dei maiali- racconta Gianolio. A causa di questa sua pretesa di diventar qualcuno con la letteratura e il cinema, i suoi compaesani lo chiamavano “al matt”>>.

Per vincere quest’avversione nei suoi confronti, Zavattini si inventò una serie di iniziative culturali, come il concorso “Luzzara che ride”, che premiava la migliore storiella di paese. Nella commissione giudicante erano presenti alcuni grossi nomi della cultura dell’epoca, come Orio Vergani, Gaetano Afeltra e Giancarlo Fusco e le migliori storielle furono lette, il 10 ottobre 1956, da Alberto Sordi nel Cinema Gardinazzi gremito di gente. O come “Luzzara, un paese vuole conoscersi” , in cui gli abitanti avrebbero dovuto recuperare vecchie foto, documenti, contratti, ecc., per ricostruire la storia sociale ed economica del loro paese. Ma a Zavattini non riuscì di realizzare questo suo progetto a Luzzara e fu costretto a spostarlo a S. Alberto di Romagna. <<Anche per l’istituzione del Premio Nazionale dei Naìfs ci furono delle difficoltà- continua Gianolio; non tutti erano d’accordo, per una certa sbagliata concretezza degli abitanti, che dicevano che con i soldi stanziati per il premio si potevano fare venti metri di fognature>>.

Altro tratto comune del grande artista luzzarese con la cultura naìf era il suo essere visceralmente anti accademico: <<Zavattini non era investito dalle correnti culturali più importanti del tempo, non agiva seguendo le mode letterarie, ma soltanto la propria capacità inventiva- commenta Gianolio. E’ stato uno dei primi scrittori d’avanguardia, che aveva lacerato quelli che erano i tessuti narrativi dell’epoca; però, allo stesso tempo, c’era una barriera che lo separava dalle altre avanguardie. Per esempio non andava d’accordo con quelli del “Gruppo ’63”, proprio perché questi erano degli accademici>>.

Del naifismo oggi, secondo Gianolio, non è rimasto un granché: <<Dopo il boom, tanti hanno fatto i naìfs, anche soltanto per ragioni economiche, ma questa cultura sta via via scomparendo, anche perché sono cambiati i luoghi stessi>>. Però chissà, magari in un qualche casolare perso nella campagna, o in qualche catapecchia sulle rive del Fiume, c’è ancora qualcuno che prende in mano colori e pennello e dipinge tigri o paesaggi fantastici solo per il gusto di dare libero sfogo alla propria vena artistica. Cose che possono succedere in quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte, dove tira un’aria speciale, che va bene per i vivi e per i morti.

Cesare Zavattini.

Cesare Zavattini.

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