Scano Boa, documento di un mondo scomparso

DSC05389<<Eppure la pesca allo storione è un mestiere da sogni e qua tutti sognano perché il mestiere è così, che fa sognare>>.

Scano Boa è un libro di Gian Antonio Cibotto, pubblicato, senza troppa fortuna, nel 1961 dalla Rizzoli nella collana Primiera. Oggi è stato ripubblicato da Marsilio Editori (qui), ma in libreria trovarlo è quasi impossibile. Più facile che sia conservato come un cimelio prezioso in qualche biblioteca della bassa (io, per esempio, l’ho trovato a Codigoro) o su qualche bancarella del rodigino.

<<Ma che azione ti aspetti Frabe, cosa vuoi che succeda a Scano Boa?!>>, mi ha ammonito giustamente Piero, rispondendo alla mia incauta osservazione che il libro di Cibotto è difficile da digerire, che la storia è molto ripetitiva. In realtà, è proprio questa la “cifra stilistica”, come direbbe uno che sa scrivere, del romanzo: la lentezza della narrazione serve all’autore a dare maggiore drammaticità e pathos al racconto. Non c’è un vero e proprio succedersi di eventi, ma è la condizione materiale e psicologica dei personaggi, inseriti in un ambiente statico come quello del Delta, che sta a cuore a Cibotto e che rende tragica la storia che racconta.

Scano Boa è la storia di Sospiro, un vecchio pescatore che, insieme a sua nipote Flavia e al cagnolino Adolfo, va a cercar fortuna in quella striscia di terra sabbiosa tra la laguna di Pila e il mare Adriatico, dove un tempo, prima che si estinguesse, si pescava lo storione. A spingerlo in quest’avventura disperata, è la necessità di guadagnare abbastanza da poter far uscire di prigione suo figlio, piccolo contrabbandiere: <<…Mio figlio non faceva il contrabbandiere, ma solamente del contrabbando per vivere. Invece il giudice…l’ha condannato a dieci milioni…io non ce l’ho più fatta a pagare l’avvocato, a curare la moglie ed a pagare i debiti fatti con i bottegai, e quando sua madre è scappata con il falegname- fece indicando la ragazza…- ho chiuso la porta di casa e sono venuto via in cerca di fortuna>>.

Scano Boa, all’epoca della narrazione, era un piccolo villaggio di pescatori, composto da <<una trentina di capanne fatte “alla valligiana”, con il tetto spiovente a cupola, una a ridosso all’altra, quasi si sostenessero a vicenda. Salvo qualche vecchio che rappezzava delle reti, non si vedevano che gruppi di bambini e lunghe sfilate di biancheria appesa su delle cordicelle tese fra i viottoli che fungevano da strade. Se qualche donna appariva sulla soglia, era in genere scarmigliata, discinta, e ancheggiava sugli alti zoccoli di legno che facevano delle buche in terra>>. Oggi, di quelle capanne ne resta soltanto una, a testimonianza di quella che era la vita su questa terra oltre i confini della realtà.DSC05385

Appena mettono piede sulla spiaggia, il vecchio e la ragazza si trovano circondati dall’ostilità della piccola comunità di pescatori, che vedono in loro degli usurpatori: <<Te ne devi andare- gli urlava in faccia un tipo violento, grasso, dalle braccia coperte di tatuaggi- perché altrimenti arrivi in mare a peso morto. Qui non c’è da mangiare nemmeno per noi, e di brutti musi come te non ne vogliamo>>. Cibotto non ci racconta una favola a lieto fine, non finge che tra i pescatori di Scano Boa ci fosse solidarietà. Benché, come ci dice lui stesso nella nota a margine del romanzo, quella che racconta non sia una storia realmente accaduta, vero è l’ambiente di miseria morale e materiale che circonda i protagonisti, tanto che si potrebbe citare la didascalia con cui Francesco Rosi volle accompagnare il suo film Le mani sulla città: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce». L’odio degli altri pescatori arriva al punto che tentano di uccidere Sospiro e Flavia, incendiando la capanna di canne e paglia che si sono costruiti e costringendoli a riparare sulla loro barca.

Nell’impresa della pesca allo storione, il vecchio si associa al Mulatto <<…uno strano tipo angoloso, taciturno, che al sentire dei suoi progetti tra gli avventori dell’osteria, si era offerto di aiutarlo nell’impresa. Aveva i capelli ricci come la lana delle pecore e tutti lo chiamavano il Mulatto>>. Il suo sogno è quello di racimolare un po’ di soldi e scappare da Scano Boa, per costruirsi altrove una vita più decente: <<Un amico che dopo l’alluvione si è trasferito a Milano mi aveva promesso di chiamarmi- confida alla ragazza- e invece non si è più fatto vivo>>. E’, questo, uno dei pochi riferimenti temporali che permettono di collocare il romanzo in una precisa epoca storica: presumibilmente nella seconda metà degli anni cinquanta del secolo scorso, pochi anni dopo l’alluvione del Polesine, all’epoca del miracolo economico, miracolo lontano mille miglia dal Delta. A Scano Boa si vive ancora in un’epoca pre-industriale, mentre l’industrializzazione e il benessere di massa avanzano. In un mondo in cui, per dirla col Pasolini delle Lettere Luterane, la “borghesia”, intesa come “malattia”, come modo di essere, ha “contagiato” tutti << dagli operai settentrionali, agli operai immigrati dal Sud…>>, l’idea che esista ancora una comunità di pescatori come quella di Scano Boa, che vive di una pesca legata ad usi, rituali, abitudini e superstizioni che affondano nella notte dei tempi (l’episodio della “benedizione delle reti” è una delle pagine più evocative del romanzo) è inaccettabile: <<…quando il prete gli chiese da che località venisse…mormorò velocemente: – Da Scano Boa.- Il prete si lasciò scappare un’esclamazione di sorpresa, quasi il posto gli ricordasse qualcosa di poco gradevole…>>.

Le cose, inizialmente, sembrano mettersi bene per il vecchio Sospiro: la pesca è buona e i guadagni anche. Ma non dura molto. Il rapporto col Mulatto si guasta quando si tratta di fare le parti e il socio scapperà, portandosi via la cassa e la ragazza. Rimasto solo, la fortuna gli volterà le spalle, lo storione girerà al largo dalla sua rete e, vinto dalla fame, il vecchio troverà nella morte il sollievo dalla propria disperazione: <<La parola fame scappò fuori due giorni dopo, quando la nebbia si era ormai dissolta e due pescatori chioggiotti videro penzolare una sagoma nera dal cannone del relitto. Era il cadavere del vecchio, sfigurato dai colpi di becco dei corvi che gli avevano già rosicchiato una guancia ed il naso, e dai morsi dei pesci che gli avevano ridotto i piedi a due stecchi>>. Prima di uccidersi, però, Sospiro si prende una rivincita nei confronti di quel mondo che lo ha respinto così brutalmente e di quella religiosità ai limiti del paganesimo che somiglia più alla superstizione che alla vera e propria devozione, stracciando con la fiocina le immagini dei santi che, per propiziarseli, pur senza realmente crederci, aveva appeso alla barca. Il finale è un po’ stereotipato, con la contrapposizione tra la morte del vecchio e la vita che rinasce, rappresentata da una partoriente, raccolta lungo il tragitto verso il cimitero, che darà alla luce un bimbo.

Scano Boa è anche un libro di particolari, come l’istantanea sul mercato del pesce di Pila, descritto da Cibotto come un teatro con le sue maschere rituali: l’astatore, che si esprime in un gergo comprensibile solo ad una ristretta cerchia di iniziati, ossia i mercanti, che comunicano i prezzi del pesce attraverso moti impercettibili del capo. <<Gli sembrava di essere capitato in un paese strano, dove le frasi di tutti i giorni usate dagli uomini normali non avevano più alcun senso, perché si usava una lingua segreta, che sfuggiva ad ogni tentativo di comprensione>>. Probabilmente ancora oggi, aggirandosi per i mercati ittici di Pila, Goro o Chioggia, si può assistere a questa curiosa pantomima.

Ed è anche il ricordo di un mondo sul quale è calato il sipario: con la scomparsa dello storione dal Po, anche l’epopea dei pescatori di Scano Boa ha avuto fine. Una storia, quella di Scano Boa e della pesca allo storione, che meriterebbe di essere approfondita e alla quale Gian Antonio Cibotto ha voluto rendere il suo commosso omaggio.<<Uno, in fondo, può campare ottanta, cento anni, ma poi viene sempre il giorno della fine, ed allora non c’è più nulla da fare. Lo stesso capita allo storione, che con un colpo di coda potrebbe spaccare la rete ed invece entra in barca scherzando>>.

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